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Abbazia
di Farfa
Le origini dell'Abbazia
sono ancora incerte, anche se recenti scavi archeologici hanno appurato
l'esistenza di un complesso del periodo romano sotto l'attuale Badia.
La principale fonte sulle origini proviene dal Liber constructionis
dal quale si apprende che, dopo la morte del fondatore, il beato
Lorenzo Siro, l’abbazia fu devastata dai longobardi nel VI secolo.
Secondo una leggenda, nell'ultimo ventennio del VII secolo, Tommaso
di Moriana, che viveva a Gerusalemme, a seguito di una visione della
Madonna, esortato cercare in Sabina i resti di una basilica a lei
dedicata, riedificò l'opera costruita dal vescovo Siro e diede luogo
ad una rifondazione della comunità.
I Longobardi
:L'occupazione Longobarda della Sabina modificò profondamente l'assetto
territoriale di questa zona, in quanto decretò la definitiva disgregazione
dell’antico ordinamento municipale romano. Non era più Roma, infatti,
ma Rieti il nuovo baricentro territoriale della regione, in quanto,
in questa città si erano insediati i gruppi dirigenti longobardi.
Grazie alla posizione strategica Farfa godette della protezione
di Faroaldo II duca di Spoleto, divenendo un piccolo stato autonomo
tra il patrimonio di San Pietro e il Ducato longobardo. In tal modo
il potere dell’abbazia nel regnum italiae crebbe notevolmente.
Nel 774 l'abate Probato, governatore dell'Abbazia, ne modificò sostanzialmente
la linea politica, schierandosi dalla parte dei Franchi, e quindi
del Papato, nel momento di crisi tra Longobardi e Franchi, dimostrando
una chiara percezione del mutare della situazione politica.
Carlo
Magno: Nel 775 Carlo Magno,
re dei Franchi, premiò l’abbazia di Farfa per la sua decisione,
concedendo a Farfa il privilegio di autonomia da ogni potere civile
o religioso, favorendo così il nascere di uno stretto legame tra
l’abbazia e il regno franco. Fu questo un periodo di splendore per
l’abbazia che stimolò la ripresa culturale ed economica in Sabina.
Il forte legame tra Farfa ed i carolingi continuò anche nel IX secolo.
Tra l’830 e l’842 le strutture dell’abbazia raggiunsero il massimo
splendore. La chiesa principale, dedicata alla Vergine, si arricchì
di una seconda abside con cripta sottostante dedicata al Salvatore,
con un ciborio tutto d'onice. Nel tesoro abbaziale figuravano, in
questi anni, una croce d'oro con pietre preziose lunga oltre un
metro, due croci d'oro con reliquie della Croce, quattordici calici
d'argento, due corone d'oro e d'argento e quattro sigilli d'oro.
I Saraceni:
La decadenza dell'Impero carolingio e la penetrazione dei Saraceni
furono fatali all'Abbazia. Nel 891 venne assalita dai saraceni.
Dopo aver resistito sette anni agli attacchi, l’abate Sicardo, decise
l’abbandono del monastero, inviando alcuni monaci a Roma altri a
Rieti. I saraceni occuparono il monastero che ne fecero la base
per le loro scorrerie. L’abate Raffredo, successore di Sicardo,
allorchè scomparve la minaccia saracena, ritornò a Farfa trovandola
in completa rovina. Sette anni resistette l'Abate Pietro I con le
sue milizie e, alla fine, divisi monaci e tesoro in tre parti, abbandonò
Farfa. L'Abbazia fu presa e incendiata. Negli anni successivi alle
distruzioni saracene l'abbazia riprese a vivere e prodotto il celebre
Regesto, il Chronicon ed altre importanti oper religiose. Sotto
la guida dell’abate Berardo I sorse il famoso scriptorium che produsse
i caratteristici codici della lettera maiuscola. L’abbazia partecipò
alle contese politiche, lottando contro i signori romani per difendere
la sua libertà. Appoggiò la politica imperiale durante la lotta
delle investiture, entrando in contrasto con il papato. Con il ritorno
sotto la giurisdizione papale, l’abbazia ebbe sminuita la sua importanza
politica ed economica poiché spesso i pontefici avocarono alle loro
finanze le risorse dell’abbazia. Al principio del ‘400, Bonifacio
IX la costituì in commenda e vi introdusse dei monaci tedeschi.
Dal 1400 in poi passò attraverso varie famiglie nobili romane. Soppressa
nel 1841 la commenda abbaziale, la piccola comunità monastica scomparve
con l’unità d’Italia, e l’abbazia divenne proprietà privata. Nel
1919 fu ricostituita dalla congregazione cassinese trasferendovi
i monaci dell’abbazia di San Paolo fuori le mura a Roma.
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