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Posta, la chiesa romanica di Santa Rufina

Lungo la Via Salaria, nel comune di Posta, in prossimità dell'incrocio per Bacugno ed Ascoli Piceno, si trova un'antica pieve romanica dedicata a Santa Rufina. La chiesa, del XII secolo, si presenta come un piccolo edificio a navata unica con abside percorsa esternamente da semicolonne.

Questa chiesa è citata dalla Bolla pontificia del 1153 di papa Anastasio IV, dove erano elencate 61 pievi dipendenti dalla diocesi di Rieti. Sulla facciata della chiesa, a sinistra dell'ingresso, è murata un'epigrafe datata 7 ottobre 1184, nella quale è ricordata la presenza dell'abate Senebaldo chiamato a presenziare la consacrazione dei nuovi altari eretti nella chiesa, unitamente alle massime autorità religiose della zona, tra le quali Dodone, Vescovo di Rieti, Transerico, Vescovo di Spoleto e l'abate del monastero di San Salvatore Maggiore Gentile. A ricordo di quell'avvenimento fu decretata un'indulgenza di un anno e quaranta giorni per i pellegrini che si fossero recati nella chiesa per il giorno dell'anniversario. All'interno della pieve sono rimaste delle tracce di un affresco databile tra il XVI e il XVII secolo, di stile molto semplice, che ricorda quello situato nella chiesa di Santa Restituta a Borbona. Nel 1572 in Santa Rufina si svolse la cerimonia di insediamento di Margherita d'Austria, feudataria di Posta e Borbona.

Fino al 1993 era ancora presente, all'interno della chiesa un bellissimo arcone absidale dipinto, purtroppo trafugato. Sappiamo che vi erano anche dei capitelli figurati, descritti nel 1931 dal Martinori e anch'essi scomparsi, simili come tipologia ai capitelli con figure di evangelisti tetramorfi della cripta di San Giovanni Leopardo a Borgorose, databili al XII secolo. Ma, oltre ai furti e alle spoliazioni, questa chiesa è caratterizzata da una storia tormentata, che non l'abbandona sino ai nostri giorni. Infatti, Santa Rufina ha avuto la "sfortuna" di trovarsi sul percorso previsto per i lavori di raddoppio della Salaria. Questa situazione ha causato negli ultimi quindici anni, una serie incredibile di problemi. Infatti, è da presumere che i progettisti si siano accorti della chiesa a lavori già iniziati, in quanto si trovarono l'ostacolo imprevisto di una chiesa che stava lì da circa ottocento anni.

Ovviamente la Sovrintendenza si oppose alla demolizione del vetusto manufatto. Ma, pur essendo giustificata e necessaria, l'opposizione della sovrintendenza era allo stesso tempo dannosa per la chiesa che per gli utenti dell'importante asse viario. Infatti, non essendo previsto un progetto alternativo, i lavori di raddoppio furono interrotti ad un centinaio di metri dalla chiesa. Per oltrepassare S.Rufina fu realizzata una stretta variante che, oltre a provocare un brusco rallentamento del traffico, ha causato numerosi incidenti. Questa situazione è andata avanti per anni, come sanno gli sfortunati che transitano in auto o in camion, per questo estremo lembo del Lazio, finchè nel 1996 finalmente si è trovata una soluzione. Ebbene per evitare quella maledetta curva a gomito si iniziò la costruzione di un tunnel, situato a pochi metri dalla chiesa.

Il tunnel, è bene precisare, non attraversa nessuna montagna o collina ma è realizzato a cielo aperto, per evitare l' attraversamento ravvicinato di mezzi pesanti. Questa soluzione ha concluso la situazione di stallo, ma la costruzione del tunnel ha pesantemente minato le basi della chiesa che, come si può vedere dalle foto, è stata completamente "incamiciata" da travi e puntelli che la tengono in piedi. È inutile dire che il rimedio è stato peggiore del male in quanto crepe e fratture caratterizzano tutto l'edificio sacro, ormai chiuso al culto, mentre per il tetto è altissimo il pericolo di crollo. Benchè ormai dovremo essere vaccinati da decenni di disastri scientificamente progettati, rimaniamo stupiti, ancora una volta, nel constatare come in Italia, dove esiste una genìa d'ingegneri e tecnici della materia, che anni fa smontarono e rimontarono perfettamente l'enorme complesso sacro di Abu Simbel in Egitto, non si riesce ad evitare il ripetersi di siffatte mostrusità.

Articolo di Roberto Giordano pubblicato nel Luglio 1998 sul periodico "Archeologia" del Gruppo Archeologico Romano
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