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Messina,
un'antichissima area sacra che rischia di scomparire
Zancle
fu in principio fondata da' pirati andativi da Cuma. ma in seguito
dalla Calcide e dal resto dell'Eubea vi andò gran gente che
ne possedette in comune il territorio; e capi di quella colonia
furono Periere e Cratemene, l'uno di Cuma, l'altro di Calcide. Da
principio i Siculi la chiamavano Zancle, perché. ha la figura
di una falce, e i Siculi chiamano appunto zanclo la falce".
In questo famoso passo, riguardante la fondazione della colonia
greca di Messina, risalta il fatto che Tucidide per ben due volte
dica "in principio". Si tratta della narrazione del vero
primordio della città, destinata a sposare quel sito sulle
rive dello Stretto e a non tradirlo più, a non abbandonarlo
più per ventisette secoli.
Di quell'atto
fondativo oggi abbiamo un riscontro, non più solo narrato,
ma visibile: ce lo restituisce lo scavo archeologico nell'area compresa
fra via La Farina, via Industriale e via Nicola Scotto. L'entusiasmo
di chi ci ha lavorato in questi ultimi mesi è assolutamente
comprensibile e condivisibile: nello strato più profondo
ci sono le tracce evidenti del rito sacrificale di fondazione. In
quell'area osservata accuratamente e scientificamente dagli occhi
attenti e amorevoli di quattro donne - Giovanna Maria Bacci, Gabriella
Tigano, Maria Ravesi e Giusi Zavettieri - e nello scavo seguito
diligentemente da Angelo Maressa, è riaffiorata un'area sacra
di età compresa fra l'ottavo e il sesto secolo a.C., qualcosa
che non ha eguali in tutta la Magna Grecia e in Sicilia.
Una scoperta
eccezionale, che apre un cantiere di studio per archeologi e storici,
ma che costituisce anche un punto fermo nella millenaria vicenda
di Messina e un richiamo forte dell'identità dei messinesi.
"Hic manebimus optime" sembra abbiano detto pirati,
naviganti, mercanti, agricoltori e artigiani, greci e siculi, ventisette
secoli fa, in quel luogo, e noi messinesi ci siamo ancora.
Non lontano
da quel luogo, sempre su via La Farina, aveva la sua casa Giuseppe
Restifo, falegname. Durante la guerra sfollò a Francavilla
di Sicilia; quando tornò la casa non c'era più, distrutta
dai bombardamenti. Ma suo figlio, Paolo Restifo, non volle venire
via da Messina, e così il figlio di suo figlio. Ogni famiglia
messinese potrebbe raccontare una storia simile, di attaccamento
- malgrado tutto - a un sito che, ai suoi occhi, non ha pari al
mondo. Ma oggi lo scavo di via La Farina chiude; non ci sono più
soldi per proseguire i lavori e soprattutto si è nella più
completa incertezza circa il futuro di quei resti archeologici,
di quel monumento della storia e della memoria di Messina. Ci sono
persino i debiti con il costruttore del complesso Colapesce, che
ha anticipato oltre centomila euro. Il rischio di una colata di
cemento non è però un'incognita, è reale, tangibile.
Di fronte al
privato solitamente tutte le istituzioni messinesi e siciliane si
inchinano, non c'è legge di salvaguardia, di protezione dell'interesse
generale e dei beni comuni che tenga: il "dio profitto"
richiede sacrifici e riti, prontamente apprestati da onorevoli e
funzionari, sindaci e presidenti. Si trovano al volo 80 mila euro
per far cantare Ron a piazza Duomo, ma quelle mani e quegli occhi
che disseppellivano le fondamenta della città non ne hanno
avuti più di 35 mila. Né basta l'impegno volontario
degli studenti della Facoltà di Lettere, che hanno collaborato
allo scavo anche nelle feste natalizie, in mezzo al fango e al freddo.
La Rete di ecologia
sociale-Verdi chiede alle istituzioni uno scatto d'orgoglio, un
impegno altrettanto solidale, a cominciare dal commissario straordinario
al Comune, Gaspare Sinatra, e dal presidente uscente della Provincia,
Salvatore Leonardi. Così in ugual modo si dovrebbe attivare
la deputazione regionale della città, che pure annovera sensibilità
di uomini di cultura, perché la Regione intervenga adeguatamente
a salvaguardia dell'area archeologica primigenia di Messina. Il
Prefetto potrebbe innescare una Conferenza dei servizi, convocando
anche la Soprintendenza oltre agli altri Enti, per predisporre un
progetto di salvaguardia primaria di questo bene collettivo.
D'altronde tutti
i politici che ci parlano di una futura Messina "città
turistica" dovrebbero riflettere su cosa questa città
offra di turistico. In altri luoghi - è banale dirlo - un
rinvenimento archeologico come quello di via La Farina susciterebbe
iniziative, non prive di ricadute economiche. Qui - al di là
di ogni discorso sul cosiddetto "water front" - non si
può consentire che il cemento ricopra vestigia e memoria,
come purtroppo è avvenuto già in troppe altre occasioni
a Messina. Sarebbe l'ennesima opportunità lasciata perdere,
in una città che, a furia di insistere pervicacemente sull'edilizia
privata, s'è chiusa una serie di prospettive occupazionali,
di sviluppo, persino di rispetto dei luoghi e dell'identità
degli abitanti.
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